giovedì 26 febbraio 2009

I gabbiani volano sempre verso il sole?


Il mare viene...

il mare va...

chi approfitta della calma...

osserva con occhi impazienti la neve che pare non voglia più andare via...

intanto la vecchia barca...

non vede l'ora di riprendere il mare...

per ricominciare a giocare...



in qualunque modo...

purchè sia gioco...

non importa se seguendo linee divergenti

o intersecanti.




martedì 24 febbraio 2009

Torta di noci



Prendendo lo spunto da un post di Bislacca che accennava alla decisione di dedicarsi alla pubblicazione di ricette, riporto qui la ricetta del dolce che preferisco e che "lascio" cucinare a mia madre solo poche volte l'anno.


TORTA DI NOCI

- 500 gr noci pesate col guscio
- 100 gr nocciole pesate sgusciate
- 5 uova
- 250 gr zucchero

Sgusciare le noci,
abbrustolire le nocciole,
frullare assieme noci e nocciole,
lavorare i tuorli con lo zucchero,
montare a neve gli albumi,
aggiungerli ai tuorli assieme a noci e nocciole frullate amalgamando bene,
foderare la teglia con stagnola o carta da forno, SENZA AGGIUNGERE NE' OLIO NE' BURRO,
cuocere per un'ora in forno al MINIMO SENZA MAI APRIRE LO SPORTELLO (IMPORTANTISSIMO!).

Acquista la migliore consistenza il 3° o 4° giorno dopo la cottura, dura fuori dal frigorifero anche 15 giorni seccandosi lentamente, ma mantenendo comunque un sapore eccellente.


Nb/ NON è indicata per le diete dimagranti. ;)

lunedì 16 febbraio 2009

Presenza

video

Vi è mai capitato?

No, non parlo di fantasmi o roba simile. Parlo, per esempio, di guardare una montagna, un albero, il cielo stellato e avvertire qualcosa di più di quello che solitamente potete trovare descritto su un libro, o immortalato in una foto.

Oppure di essere improvvisamente colpiti dal pensiero di una persona a voi vicina e subito dopo sentire il telefono che squilla: tirate su ed è lei.

Mi chiedo spesso se quella metà abbondante di cervello, che pare assodato non siamo soliti usare, serva a qualcosa. Persino le tonsille servono a qualcosa, benchè, per anni, tutti i pediatri, abbiano fatto a gara a chi riusciva a farne estirpare di più!

Dunque, questo mezzo cervello, a qualcosa dovrà pur servire...A cosa non si sa, o, meglio, la scienza ufficiale dà per scontato che non si sappia. E se servisse, in maniera rozza, primitiva, a "sentire" e "vedere" cose che ai nostri comuni sensi sfuggono?

Bah... intanto sentitevi 'sto pezzo, poi ne riparleremo. ;)

venerdì 13 febbraio 2009

O tempora o mores!

E' solo questione di tempo...

lunedì 9 febbraio 2009

Aurora, mama e papa




Un bel dì, il suo amico Stefano, stabilitosi in Svezia ormai da una vita, lo invitò in Lapponia nelle foreste intorno a Lycksele, dove lui organizzava da quasi vent'anni battute di caccia al forcello ed al cedrone.

Era il due di ottobre quando partì e nelle prime ore del pomeriggio il termometro dell'aeroporto di Genova segnava ventotto gradi.
Dopo aver fatto scalo a Zurigo e a Copenaghen l'aereo atterrò a Umea verso le nove e trenta di sera; lì trovò ad aspettarlo, oltre al suo amico, una temperatura di 10 gradi sotto zero che lo annichilì.
Il suo corpo non era decisamente preparato ad un'escursione di quasi quaranta gradi e la sua artrosi cervicale si ringalluzzì all'istante.

Stefano, durante il viaggio verso Lycksele, gli descrisse i luoghi dove sarebbero andati a caccia e lo informò che la selvaggina era un po' nervosa, in quanto da alcuni giorni erano iniziate a cadere le foglie dagli alberi non perenni.
Gli parlò a lungo anche di Mama e Papa, due anziani lapponi che l'avevano in qualche maniera adottato già dalle prime volte che era andato a cacciare lassù ai confini del Circolo Polare Artico, di quanto erano ospitali e gentili, persone semplici, che davano valore alle cose importanti e non al superfluo.
Ma durante il racconto improvvisamente s'interruppe ed indicandogli il cielo lo invitò a guardare: lui vide per la prima volta l'aurora boreale.

Volle fermarsi e scendendo dall'auto sfidò il freddo che non avvertì neppure più, tanto era fantastico lo spettacolo. Sicuramente chiunque ha visto almeno una volta qualche foto, ma un conto è vedere un'immagine statica, un altro è osservare dal vivo un cielo senza luna percorso da tutti i colori dell'iride ad una velocità inimmaginabile.
Una vampata verde smeraldo verso nord che improvvisamente devia verso ovest, scurisce e poi schiarisce, mutandosi in giallo, mentre una nuova lingua rossastra con venature blu saetta verso sud, rallentando ed allargandosi fino a coprire quasi la metà del cielo, trasformandosi in bianco latte, per poi dividersi in mille lampi diversi per colore forma e dimensioni.
Immaginate un banco di pesci delle scogliere coralline, aggiungeteci tutti i colori visibili all'occhio umano, acceleratene o rallentatene a piacere il movimento e la grandezza senza soluzione di continuità, ed avrete una vaga immagine di quello che realmente è un'aurora boreale e dell'emozione che provoca.

Arrivarono infine all'accogliente baita che li avrebbe ospitati e presto se ne andarono a dormire.
L'indomani mattina si affacciò alla finestra per prendere visione diurna del mondo dov'era capitato e tutto gli apparve bianco. Il cielo coperto di candide ed alte nubi stratificate, gli alberi ed il terreno ricoperti da quattro dita della prima neve di stagione. Rabbrividì nonostante il protettivo tepore del rifugio. Avevano bisogno di far scorta di viveri e ripresero l'auto, una Volvo station wagon, per andare a Lycksele a rifornirsi.

Stavano viaggiando con gomme non chiodate a 110 chilometri l'ora sulla provinciale deserta (poco prima Stefano, alle sue considerazioni sulla velocità, aveva tentato di tranquillizzarlo affermando di essere oramai abituato a guidare sulla neve) quando, affrontando in un ampio avvallamento un largo curvone a sinistra correttamente rialzato all'esterno, si imbatterono in un lastrone di ghiaccio.
Si ricordò all'improvviso che il suo amico quasi ogni inverno era solito destreggiarsi in un'uscita di strada a causa della velocità eccessiva!
Il retrotreno sbandò con sconcertante lentezza verso l'interno della curva, Stefano controsterzò cercando di riprendere il controllo, l'auto si raddrizzò giusto in tempo per lasciare l'asfalto alla loro destra e filare dritta quasi parallela alla strada sul terrapieno largo sei o sette metri, che fortunatamente i previdenti nordici disboscano lungo tutte le loro strade. Senza rallentare minimamente sull'erba coperta di neve, la Volvo saltò, s'impennò, barcollò, ed intanto il muro di abeti e betulle si avvicinava sempre più. In quel punto qualche coscienzioso addetto alla manutenzione delle strade aveva disboscato fino ad una trentina di metri dalla strada e scavato un fossato di scolo delle acque piovane nella parte più bassa della valletta, a pochi metri dagli alberi.
E lì, la loro auto, dopo aver accennato un decollo, si piantò nella terra smossa e fradicia di acqua e neve, a cavallo del canale, facendo loro benedire le leggi svedesi che da anni hanno reso obbligatorio l'uso delle cinture di sicurezza.

Le loro teste scrollarono avanti e indietro un paio di volte come pupazzetti nelle mani di un bimbo sadico. I dolori cervicali a lui sparirono all'istante, a Stefano comparvero improvvisamente.
Giusto per scaricare la tensione scoppiarono a ridere come due idioti commentando l'accaduto e ringraziarono la sorte che tante circostanze favorevoli li avessero salvaguardati da guai peggiori.
Poiché era impossibile muoversi da lì, decisero che Stefano (visto che dei due era l'unico che parlasse svedese) sarebbe andato in autostop fino alla fattoria più vicina per telefonare ad un'officina e lui avrebbe atteso in auto.

Passò la prima mezz'ora senza che il suo corpo avvertisse la rigida temperatura, vista la quantità industriale di adrenalina che sicuramente ancora aveva in circolo, ma lentamente il freddo gli entrò nelle ossa e a nulla servì cercare di distrarsi sfogliando l'incomprensibile manuale d'istruzioni in svedese della Volvo e correre ad intervalli regolari intorno all'auto agitando le braccia come un pollo spennato. Allo scadere della prima ora si sentiva già tutto intirizzito. Nel frattempo erano passate due o tre auto (la densità di popolazione di quei luoghi ha per un italiano dell'incredibile) che avevano cortesemente rallentato, ma i suoi gesti rassicuranti avevano tranquillizzato i piloti che avevano quindi proseguito. Decise di provare ad accendere il motore e mettere il riscaldamento al massimo, ma il rumore di ferraglia macinata lo fece subito desistere.
Passata la seconda ora ad alitarsi sulle dita aveva ormai il morale sotto i tacchi, e valutò le sue possibilità.
Poteva:
1) morire assiderato in auto;
2) fare l'autostop, assiderarsi sull'asfalto e morire investito da un'auto che avrebbe slittato sul ghiaccio;
3) avviarsi a piedi e morire assiderato per strada;
4) avviarsi a piedi, essere attaccato da un orso e morire sbranato appena prima di assiderarsi.
La sua famiglia avrebbe avuto tante difficoltà a far rientrare il suo corpo in Italia, ammesso e non concesso che qualcuno lo ritrovasse?

Si fermò un'altra auto e ne discesero un uomo ed una donna, ambedue anziani, che presero a sbraitare in svedese; scese dalla Volvo, cercò nella sua mente torpida dal gelo quelle poche parole in inglese che conosceva e urlò in risposta sforzandosi di far capire loro che era in attesa del suo amico andato in cerca di aiuto. Quelli continuarono ad apostrofarlo nella loro lingua. Irritato risalì faticosamente con le sue scarpe cittadine e la neve alle caviglie il lieve pendio e si avvicinò. Mentre l'uomo scrutava l'auto infossata cercando di valutarne i danni, la donna continuò a straparlare in modo per lui incomprensibile. Era talmente demoralizzato che gli venne il dubbio avessero in qualche maniera commesso qualcosa di spregevole: invaso il loro terreno, strappato qualche arbusto di loro proprietà, danneggiato il canale di scolo. All'improvviso, nel mezzo delle sue ininterrotte chiacchiere, con un gesto della mano la donna indicò l'auto e pronunciò finalmente una parola conosciuta: - ... Stefano... - La guardò a bocca aperta ed improvvisamente illuminato, ribatté incredulo: - Mama?!? -
Lei annuì ridendo e riprese a parlare dicendo - Ya, ya, Mama an Papa ... -
Balzò su di lei gridando – MAMA!!!!!! - con una tale violenza che la donna ebbe un attimo di esitazione e fece un passo indietro, ma lui l'abbrancò con forza e continuando a urlare - MAMA! MAMA! MAMA! ... - cominciò a saltare e ruotare insieme a lei in una danza frenetica e liberatoria, mentre Papa li osservava sconcertato.
La voce di Mama chiocciò materna, seppur incomprensibile, mentre le sue mani gli davano pacche rassicuranti sul capo e sulle spalle e la sua gola ridente gorgogliò i suoni più dolci avesse mai sentito, ridandogli la vita.

Fu uno degli incontri più singolari della sua esistenza e certamente il più indimenticabile. ;)
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Ps/ facendo il copia-incolla, non mi sono reso conto della lunghezza...
A chi è stato tanto masochista da leggere fin qua, prometto che non lo farò mai più! ;)))

domenica 1 febbraio 2009

Io ho in mente te

video

Splendida rivisitazione dei Matia Bazar del famoso pezzo dell'Equipe 84.

Nonostante l'assenza della Ruggiero e l'evidente play-back, è la dimostrazione che una bella canzone arrangiata con gusto e bravura, può addirittura risultare più godibile dell'originale.

Buon ascolto!