Mi ero addentrato tra gli alberi durante uno dei miei soliti giri prematuri alla ricerca di funghi.
Queste mie passeggiate sono il naturale ossigeno per la mia mente.
Una foglia, la corteccia di un albero, il cielo blu smagliante, in contrasto col verde delle montagne appenniniche, una processione di laboriose formiche, un gioco di luci e di ombre tra i cespugli, allontanano dalla mia mente le scorie lasciate dai problemi della vita ordinaria, sono la panacea che il mio cuore reclama prepotentemente ad intervalli i più brevi possibile.
Ero lì, dunque, a gironzolare in questo bosco, quando scorsi un piccolo ammasso tondeggiante di foglie che avvolgeva, a poche dita da terra, la base di un giovanissimo castano del diametro di un mignolo.
A volte i porcini si sviluppano sotto lo spesso fogliame caduto e non riuscendo a perforarlo, lo gonfiano sollevandolo in maniera appariscente.
Ma questo piccolo rigonfiamento aveva qualcosa di strano e incuriosito lo scossi un po' col bastone.
Ne uscì il capino rosso di un moscardino.
Mi fissò con i grandi e profondi occhi neri e il piccolo naso fremeva nel cercare di capire, annusando, chi aveva procurato il sisma alla sua abitazione.
Si arrampicò un poco sul giovane alberello e si fermò all'altezza del mio viso, a trenta centimetri dai miei occhi, ad osservare con curiosità il sottoscritto immobile come una statua e completamente estasiato.
Quanto avrei voluto farlo salire sulla mia mano!

Ma non osai neppure sbattere gli occhi.
Lui, lentamente e senza alcuna paura, riprese ad arrampicarsi, si fermò ancora un attimo a darmi un'ultima occhiata, con uno sguardo di rimprovero per aver disturbato il suo riposo, e sparì in mezzo all'alto fogliame.
Avevo fatto conoscenza con un folletto del bosco.
Un cesto pieno di porcini mi avrebbe gratificato di meno del magico incontro con quello spiritello rossiccio.